VERSO DUBLINO/IV

"Maschio e femmina, solo qui può esserci dono reciproco"

"Ogni uomo ed ogni donna si realizzano in pienezza mediante il dono sincero di sé e, per i coniugi, il momento dell'unione coniugale costituisce di ciò un'esperienza particolarissima. È allora che l'uomo e la donna, nella «verità» della loro mascolinità e femminilità, diventano reciproco dono". Ripercorriamo i discorsi di Giovanni Paolo II nei precedenti meeting della famiglia. 

Il quarto di una serie di discorsi che, come spiegato, la Nuova BQ ha deciso di pubblicare in occasione dell'Incontro mondiale della famiglia che si svolgerà a Dublino, per recuperare il vero senso di un incontro che non può essere relegato alle ideologie del momento e che sembrano albergare anche nella Chiesa. Di seguito l'intervento dalla lettera di San Giovanni Paolo II alle Famiglia - Gratissimam Sane del 1994.

(…) Abbiamo già detto che il matrimonio fa appello ad una singolare responsabilità per il bene comune: prima dei coniugi, poi della famiglia. Questo bene comune è costituito dall'uomo, dal valore della persona e da quanto rappresenta la misura della sua dignità. L'uomo porta con sé tale dimensione in ogni sistema sociale, economico e politico. Nell'ambito del matrimonio e della famiglia, però, questa responsabilità diventa, per molte ragioni, ancor più « impegnativa ». Non senza motivo la Costituzione pastorale Gaudium et spes parla di « valorizzazione della dignità del matrimonio e della famiglia ». Il Concilio vede in tale « valorizzazione » un compito sia della Chiesa che dello Stato; essa tuttavia rimane, in ogni cultura, dovere innanzitutto delle persone che, unite in matrimonio, formano una determinata famiglia. La « paternità e maternità responsabili» esprimono l'impegno concreto per attuare tale dovere, che nel mondo contemporaneo riveste nuove caratteristiche.

In particolare, esse riguardano direttamente il momento in cui l'uomo e la donna, unendosi «in una sola carne», possono diventare genitori. È momento ricco di un valore peculiare sia per il loro rapporto interpersonale che per il loro servizio alla vita: essi possono diventare genitori - padre e madre - comunicando la vita ad un nuovo essere umano. Le due dimensioni dell'unione coniugale, quella unitiva e quella procreativa, non possono essere separate artificialmente senza intaccare la verità intima dell'atto coniugale stesso.

Questo è l'insegnamento costante della Chiesa ed i « segni dei tempi», di cui siamo oggi testimoni, offrono nuovi motivi per ribadirlo con particolare forza. San Paolo, così attento alle esigenze pastorali del suo tempo, esigeva con chiarezza e fermezza di « insistere in ogni occasione opportuna e non opportuna » (cfr 2 Tm 4, 2), senza alcun timore per il fatto che « non si sopporta più la sana dottrina » (cfr 2 Tm 4, 3). Le sue parole sono ben note a quanti, comprendendo a fondo le vicende del nostro tempo, attendono che la Chiesa, non solo non abbandoni « la sana dottrina », ma la annunzi con rinnovato vigore, ricercando negli attuali « segni dei tempi » le ragioni per un suo ulteriore e provvidenziale approfondimento.

(…) I coniugi imparano per propria esperienza che cosa significhino la paternità e maternità responsabili; lo imparano anche grazie all'esperienza di altre coppie che vivono in condizioni analoghe e sono resi in tal modo più aperti ai dati delle scienze. Si potrebbe dire che gli « studiosi » quasi imparano dai « coniugi », per essere in grado poi, a loro volta, di istruirli in maniera più competente sul significato della procreazione responsabile e sui modi di attuarla.

Questo argomento è stato ampiamente trattato nei Documenti conciliari, nell'Enciclica Humanae vitaenelle « Proposizioni » del Sinodo dei Vescovi del 1980, nell'Esortazione apostolica Familiaris consortioe in analoghi interventi, sino all'Istruzione Donum vitaedella Congregazione per la Dottrina della Fede. La Chiesa insegna la verità morale circa la paternità e maternità responsabili, difendendola dalle visioni e tendenze erronee oggi diffuse. Perché la Chiesa fa questo? Forse perché non avverte le problematiche evocate da quanti consigliano in quest'ambito cedimenti e cercano di convincerla anche con indebite pressioni, quando non addirittura con minacce? Non di rado, infatti, il Magistero della Chiesa viene rimproverato di essere ormai superato e chiuso alle istanze dello spirito dei tempi moderni; di svolgere un'azione nociva per l'umanità, anzi per la Chiesa stessa. Mantenendosi ostinatamente sulle proprie posizioni - si dice -, la Chiesa finirà per perdere in popolarità e i credenti si allontaneranno sempre più da essa.

Ma come sostenere che la Chiesa, specialmente l'Episcopato in comunione col Papa, sia insensibile a problemi così gravi ed attuali? Paolo VI intravedeva proprio in essi questioni tanto vitali da spingerlo a pubblicare l'Enciclica Humanae vitae. Il fondamento su cui si basa la dottrina della Chiesa circa la paternità e maternità responsabili è quanto mai ampio e solido. Il Concilio lo indica anzitutto nell'insegnamento sull'uomo, quando afferma che egli « in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa » e che non può « ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé ». Questo perché egli è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio e redento dal Figlio unigenito del Padre, fattosi uomo per noi e per la nostra salvezza.

Il Concilio Vaticano II, particolarmente attento al problema dell'uomo e della sua vocazione, afferma che l'unione coniugale, la biblica «una caro», può essere compresa e spiegata pienamente solo ricorrendo ai valori della « persona » e del «dono». Ogni uomo ed ogni donna si realizzano in pienezza mediante il dono sincero di sé e, per i coniugi, il momento dell'unione coniugale costituisce di ciò un'esperienza particolarissima. È allora che l'uomo e la donna, nella «verità» della loro mascolinità e femminilità, diventano reciproco dono. Tutta la vita nel matrimonio è dono; ma ciò si rende singolarmente evidente quando i coniugi, offrendosi reciprocamente nell'amore, realizzano quell'incontro che fa dei due «una sola carne» (Gn 2, 24).

Essi vivono allora un momento di speciale responsabilità, anche a motivo della potenzialità procreativa connessa con l'atto coniugale. I coniugi possono, in quel momento, diventare padre e madre, dando inizio al processo di una nuova esistenza umana, che poi si svilupperà nel grembo della donna. Se è la donna a rendersi conto per prima di essere diventata madre, l'uomo con il quale si è unita in «una sola carne» prende a sua volta coscienza, attraverso la sua testimonianza, di essere diventato padre. Della potenziale, e in seguito effettiva, paternità e maternità sono entrambi responsabili. L'uomo non può non riconoscere, o non accettare, il risultato di una decisione che è stata anche sua. Non può nascondersi dietro espressioni quali: «non so», «non volevo», «sei stata tu a volere». L'unione coniugale comporta in ogni caso la responsabilità dell'uomo e della donna, responsabilità potenziale che diventa effettiva quando le circostanze lo impongono. Ciò vale soprattutto per l'uomo che, pur essendo anch'egli artefice dell'avvio del processo generativo, ne resta biologicamente distante: è infatti nella donna che esso si sviluppa. Come potrebbe l'uomo non farsene carico? Occorre che entrambi, l'uomo e la donna, si assumano insieme, di fronte a se stessi e agli altri, la responsabilità della nuova vita da loro suscitata.

È conclusione, questa, che viene condivisa dalle stesse scienze umane. Occorre, però, andare più a fondo, analizzando il significato dell'atto coniugale alla luce degli accennati valori della «persona» e del «dono». È quanto fa la Chiesa con il suo costante insegnamento, in particolare nel Concilio Vaticano II.

Al momento dell'atto coniugale, l'uomo e la donna sono chiamati a confermare in modo responsabile il reciproco dono che hanno fatto di sé nel patto matrimoniale. Ora, la logica del dono di sé all'altro in totalità comporta la potenziale apertura alla procreazione: il matrimonio è chiamato così a realizzarsi ancora più pienamente come famiglia. Certo, il dono reciproco dell'uomo e della donna non ha come fine solo la nascita dei figli, ma è in se stesso mutua comunione di amore e di vita. Sempre dev'essere garantita l'intima verità di tale dono. «Intima» non è sinonimo di «soggettiva». Significa piuttosto essenzialmente coerente con l'oggettiva verità di colui e di colei che si donano. La persona non può mai essere considerata un mezzo per raggiungere uno scopo; mai, soprattutto, un mezzo di «godimento». Essa è e dev'essere solo il fine di ogni atto. Soltanto allora l'azione corrisponde alla vera dignità della persona. (…)