Saint Mark by Ermes Dovico

DOPO PARIGI

Hollande alla prova di una guerra vera

A meno di 24 ore dall'attacco a Parigi, i francesi rispondono con un bombardamento di Raqqa, la capitale del Califfato. Le incursioni sono state le più intense dall'inizio della campagna contro l'Isis. Così il presidente francese dà seguito alle dure parole pronunciate dopo l'attacco terroristico di Parigi. Ma ora deve andare fino in fondo, altrimenti gli jihadisti finirebbero per rafforzarsi.

CARNEFICI E VITTIME di S. Magni

World 16_11_2015
Aereo francese in volo

Il presidente Francois Hollande ha parlato di “guerra” allo Stato Islamico aggiungendo che contro i jihadisti “saremo spietati”. Gli ha fatto eco l’ex presidente Nicolas Sarkozy che dalla guida dell’opposizione di centro destra ha aggiunto l’invito a “sterminare” i jihadisti dell’Isis o “daesh” come dicono i francesi pronunciando l’acronimo arabo.

Meno di 24 ore dopo almeno 30 raid aerei francesi, un numero solitamente effettuato in due o tre settimane di attività, hanno colpito centri di comando, di addestramento e reclutamento dello Stato islamico assieme ad altri obiettivi "nevralgici" dei jihadisti.

Operazioni condotte grazie anche ai bersagli individuati dai satelliti e dai droni statunitensi mentre fonti presenti nella capitale del Califfato hanno riferito che la città è avvolta in una palla di fuoco ed è rimasta priva di corrente elettrica.

"Guerra", "sterminio" e "spietatezza" sono termini legittimi e più che giustificati dopo il massacro di 129 persone, tutti innocenti avventori di locali pubblici nel centro di Parigi, ma le parole hanno un peso e una volta pronunciate devono seguire fatti concreti. Oltre ai raid aerei di ieri sera, probabilmente una prima risposta simbolica alla strage, è’ lecito quindi aspettarsi che in Iraq o nella stessa Siria (se verrà trovato un accordo con Bashar Assad) i francesi schierino al più presto truppe, mezzi e artiglieria per “sterminare” in  “modo spietato” i miliziani dell’Isis. Potrebbe trattarsi di un’iniziativa decisiva per porre fine al Califfato finora glorificato dalla resistenza a una Coalizione che in quasi un anno e mezzo di blanda offensiva aerea ha solo offerto argomenti alla propaganda dell’Isis per celebrare il valore dei combattenti jihadisti.

Sarebbe davvero il caso di fare davvero la “guerre” all’Isis, invece della  “drôle de guerre” che abbiamo visto finora da parte della Coalizione a guida USA e che solo il massiccio intervento aereo russo sembra ora avere costretto a potenziare le incursioni.

I motivi per cui i terroristi hanno colpito ancora una volta Parigi e la Francia possono essere tanti ma di certo tra questi vi sono una presenza di manovalanza jihadista (miliziani addestrati e fiancheggiatori in grado di garantire rifugi sicuri) superiore ad altre città europee e poi le “colpe” per cui la Francia doveva essere punita. Innanzitutto il recente avvio dei raid aerei sulla Siria (anche se solo un paio), poi l’arrivo della portaerei De Gaulle nel Mediterraneo Orientale e l’efficace attività anti jihadisti dei 3mila militari schierati nel Sahel nell’ambito dell’Operazione Barkhane.

A ben guardare le stesse ragioni per cui nelle ultime due settimane il Califfato ha punito con sanguinaria precisione e letalità i russi per l’intervento aereo in Siria (facendo esplodere l’Airbus carico di turisti dopo il decollo da Sharm nel Sheikh) e gli Hezbollah libanesi rei di combattere in Siria al fianco delle truppe di Assad (con gli attentati nel quartiere sciita di Beirut).

Più che giusto quindi muovere guerra allo Stato Islamico tenendo però ben presente ciò che significa combattere contro un nemico che cerca la morte e combatte per uccidere il maggior numero possibile di avversari. Guerra significa distruzione, sangue e morte. Attaccare Raqqa, Mosul e le altre città che sostengono l’Isis vuol dire provocare molte vittime innocenti: così crolla il consenso al regime come ben sanno italiani, tedeschi e giapponesi che 70 anni fa sperimentarono i bombardamenti a tappeto. Oggi però la Francia e l’Europa hanno ancora la capacità di sostenere una guerra accettando di subire perdite e di provocarne di ancor più consistenti?

Se i francesi sono davvero pronti a combattere, “à la guerre come à la guerre”, allora Hollande e Sarkozy avranno avuto il merito di suonare l’adunata per una campagna la cui determinazione scoraggerà molti potenziali seguaci del Califfo. Ne scatenarono una simile i giordani dopo il rogo del loro giovane pilota catturato dalle milizie del Califfato. Gli F-16 di Amman hanno sganciato sulle città in mano all’Isis tutte le  bombe disponibili negli arsenali uccidendo secondo le stime oltre 2 mila persone, di certo non tutti pericolosi tagliagole. Una rappresaglia vera e propria, brutale quanto efficace. Da allora l’Isis non ci risulta abbia più toccato un cittadino giordano.

Se invece la Francia limiterà la risposta militare a sporadici raid aerei, proseguendo sul sentiero già tracciato, allora l’inquilino dell’Eliseo e il suo predecessore/rivale avranno compromesso la residua credibilità militare della Francia e dell’intera Coalizione offrendo ai jihadisti un ulteriore argomento per proclamarsi vincitori e accentuare gli attacchi a un’Europa forse ancora capace di chiamare alle armi ma non più in grado di impugnarle e combattere.